venerdì 29 febbraio 2008

Call center: contratti a progetto tradiscono lo spirito della legge

Giovedì 28 febbraio 2008
intervento del Ministro del Lavoro Cesare Damiano pubblicato su "il sole 24 ore"



Seguo con molto interesse il blog sul lavoro de Il Sole24ore.com. Credo che sia quanto mai necessario uno spazio di discussione sui temi dell'occupazione in Italia animato dai lavoratori stessi, soprattutto in questo periodo elettorale in cui si vanno delineando i programmi di governo dei vari partiti e raggruppamenti. Per individuare le soluzioni più appropriate ai problemi, abbiamo bisogno di analisi che tengano conto dei vincoli e delle compatibilità, ma anche delle esperienze concrete che ci diano il polso della situazione in una realtà lavorativa sempre più complessa e articolata. Ben vengano interventi appassionati come quelli di Michela Murgia che ci stimolano e ci permettono di chiarire meglio il nostro operato e il nostro punto di vista.
Michela fa riferimento alla nostra politica sulla legge Biagi e al problema specifico dei call center. Sono problemi contigui ma è utile distinguere. La legge Biagi ha regolato una realtà preesistente caratterizzata da una percentuale di lavoratori a termine in linea - e anche leggermente inferiore - con quella dei principali paesi europei. Il problema del precariato è complesso, non è certo abolendo tout court la legge Biagi che avremo i contratti precari trasformati automaticamente in rapporti a tempo indeterminato. Più probabile che le imprese ricorrano alle partite IVA, al sommerso, oppure riducano la domanda di lavoro. D'altra parte la flessibilità, se può essere utile per favorire l'ingresso nel mercato del lavoro, non deve neanche trasformarsi in una trappola di precarietà. In questa ottica con il Protocollo del welfare abbiamo promosso misure che hanno eliminato le forme contrattuali più precarizzanti e che hanno posto un freno al reiterarsi dei contratti dei dipendenti a tempo determinato. Il caso dei call center è però diverso: qui siamo di fronte a prestazioni che si configurano senza dubbio come lavoro dipendente ma che sono state "inquadrate" come collaborazioni a progetto, in evidente spregio dello spirito e della lettera della stessa legge 30, che non a caso abbiamo applicato nella sua interezza a differenza di quanto fatto dal precedente esecutivo, e per questo siamo intervenuti con la circolare 17/2006 sui call center inbound. In seguito all'intervento degli ispettori del lavoro ci sono stati numerosi accordi, come quello di Atesia, che hanno stabilizzato oltre 20 mila addetti in un settore in cui la regola era la precarietà e la furbizia (spesso) dei datori di lavoro: abbiamo offerto così alle lavoratrici e ai lavoratori i contributi malattia, i congedi per la maternità e il diritto alle ferie.
Ma sono più di 30 mila i lavoratori ancora in attesa di un contratto stabile. Di fronte a questo quadro, come ho detto martedì alla conferenza nazionale dei lavoratori call center in outsourcing organizzata dalla Cgil, sono favorevole all'emanazione di una circolare volta a stabilizzare i cosiddetti outbound. Il problema è che il Governo non può che svolgere l'ordinaria amministrazione, ma la volontà politica è quella di procedere senza indugi per sanare tutte le situazioni che sono un'evidente violazione della legislazione esistente. Con la circolare 4 di quest'anno ho infatti potenziato l'attività ispettiva tesa a smascherare le "false" collaborazioni, non solo nelle aziende che forniscono servizi di call center, ma in tutti i settori maggiormente interessati all'utilizzo del contratto a progetto, spesso in forma sospetta.
Quanto al Partito Democratico, la presenza di un esperto come Ichino è senza dubbio un arricchimento di una squadra già competitiva: attraverso il confronto delle diverse posizioni sapremo trovare soluzioni pragmatiche che concilino le esigenze di flessibilità delle imprese con il diritto delle persone a costruire un futuro fondato sulle certezze. Credo che la proposta di un salario minimo di 1000 euro per i lavoratori atipici sia un primo passo importante per garantire loro un tenore di vita adeguato in un momento che si prospetta difficile per l'economia. Il Partito Democratico nasce per dare soluzioni concrete e realistiche, senza le lenti deformanti dell'ideologia e senza fare promesse campate in aria. Tanti giovani vivono una situazione lavorativa complessa. Noi vogliamo essere al loro fianco, difendendoli da chi vende sogni, accattivanti ma fuori della realtà.

domenica 24 febbraio 2008

A Torino 'flessibili, non precari'

Mercoledì 20 febbraio 2008
Conferenza internazionale organizzata dal ministero del Lavoro
adnkronos.com



Tra i partecipanti, i ministri del Lavoro di Francia (Xavier Bertrand), Germania (Kajo Wasserhovel), Ungheria (Monika Lampert), Slovenia (Marjeta Cotman).

Torino - Due giorni di confronto su quanto è stato fatto e quanto c'è ancora da fare in Europa, e in Italia in particolare, per realizzare la via europea alla flexicurity. E’ quello che propone la conferenza internazionale 'Flessibili, non precari', organizzata dal ministero del Lavoro, a Torino. “Si tratta di un'iniziativa - ha detto il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, presentando la conferenza a Roma insieme alla presidente della regione Piemonte, Mercedes Bresso - in cantiere già da tempo, prima della crisi di governo, e che si inserisce nell'attività internazionale del ministero del Lavoro che, in questi due anni, è stata molto intensa”. Obiettivo del convegno dare risposte all'esigenza europea di sintesi tra flessibilità, necessaria alle imprese per competere sui mercati globali, e solidarietà, ponendo l'accento sulle politiche di inclusione e di coesione e sul rispetto dei diritti dei lavoratori. Su questo, a confronto politici, sindacalisti e ricercatori sociali, oltre ai ministri del Lavoro di Francia (Xavier Bertrand), Germania (Kajo Wasserhovel), Ungheria (Monika Lampert), Slovenia (Marjeta Cotman).

“In questi due anni - ha ricordato Damiano - abbiamo definito una prassi sui temi europei: abbiamo avviato la concertazione con le parti sociali e seminari con cadenza semestrale al Cnel. Abbiamo voluto aprire una finestra sull'Europa e come Italia abbiamo scelto di appoggiare una linea di 'flessicurezza', che non significasse una diminuzione delle tutele delle sicurezze lavorative”. Damiano ha poi spiegato che “secondo le rilevazioni del ministero del Lavoro, in Italia, il lavoro flessibile interessa il 12-13% circa degli occupati”. Si tratta, ha sottolineato il ministro, “di un dato allineato agli standard europei”. “La differenza - ha rimarcato - è che in Italia si rimane troppo a lungo nella condizione flessibile e questo aiuta l'identificazione della flessibilità con il precariato”.

“Un convegno per confrontarci sul tema della flessibilità, che riguarda in particolare (ma non solo) il mondo giovanile”. Così ha esordito Mercedes Bresso, presidente della regione Piemonte. “L'integrazione del mercato del lavoro - ha ricordato - è uno degli obiettivi da completare in Europa, perché la flessibilità non è solo un danno, ma è anche la possibilità di cambiare lavoro, posti e luoghi di vita. Oggi e domani ancora di più, un ragazzo potrà lavorare in 4-5 Paesi europei e allora si pone il problema di come possa integrare il sistema pensionistico, l'assistenza sanitaria per sé e la famiglia. Insomma, è importante che su questo i Paesi lavorino insieme”. Ben venga, dunque, “una riflessione sulla flexicurity, una flessibilità - ha chiarito Bresso - a cui non si accoppi la precarietà, grazie ai sistemi di formazione permanente, di riqualificazione, garantendo sistemi di sicurezza sociale per il futuro”. “Solo chi riesce ad andare in questa direzione -ha concluso- riesce a essere competitivo nel mondo”.

84% giovani non conosce significato parola 'flexicurity'

Martedì 19 febbraio 2008
Ricerca condotta su un campione di 1.000 giovani dai 18 ai 34 anni di età
adnkronos.com



Per la maggioranza dei giovani (il 45%), il modello di flessibilità accompagnata da formazione e protezione sociale, in Italia, non può funzionare.

Una parola importante, in cui sta forse racchiusa la soluzione di tanti mali che affliggono il mercato del lavoro: è 'flexicurity', quel misto di flessibilità e sicurezza che dovrebbe garantire ai lavoratori (soprattutto giovani) di affacciarsi allo scenario globale con un'adeguata protezione sociale. Eppure, la gran parte dei giovani (l'84%) non la conosce. Emerge da una ricerca condotta dall'Istituto Piepoli, su un campione di 1.000 giovani dai 18 ai 34 anni di età, e commissionata dal ministero del Lavoro, per capire quale sia la percezione che i giovani hanno del mondo dell'occupazione. Lo studio, realizzato in occasione della conferenza internazionale europea 'Flessibili non precari', di Torino, è stato presentato a Roma dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano, e dalla presidente della regione Piemonte, Mercedes Bresso. Il 58% degli intervistati dichiara di essere occupato, il 42% è alla ricerca di un lavoro, il 15,5% è composto da studenti e casalinghe e svolge lavori saltuari, e un altro 15,5% non è mai stato occupato. In tutto, quindi, si è comunque affacciato sul marcato del lavoro circa l'85% dei giovani dai 18 ai 34 anni. Tra questi, però, solo il 45% ha un contratto a tempo indeterminato, mentre la maggioranza (il 55%) ha contratti a termine.

Il precariato vero e proprio (definito nella ricerca come situazione lavorativa che presenta due fattori di insicurezza: la mancanza di continuità e la mancanza di reddito adeguato) è una condizione che ha toccato il 44% degli intervistati. E le critiche che i giovani muovono al precariato sono puntuali: per il 55% dei giovani è sinonimo di 'incertezza economica' e per il 33% di 'insicurezza', mentre il termine 'flessibilità’ è molto meno presente nella mente dei giovani e meno significativo. Pochi o nulli gli aspetti positivi della precarietà, definita 'una possibilità di fare varie esperienze lavorative’ solo da un 19% di giovani.

Il concetto di flexicurity è noto solo attraverso lo studio universitario e nessun giovane lo ha conosciuto tramite altre vie. Emergono, comunque, forti resistenze rispetto a questo modello: il 67% dei giovani pensa che con la flexicurity non si possa superare l'attuale condizione di precariato. Inoltre, per la maggioranza dei giovani (il 45% del totale), il modello di flessibilità accompagnata da formazione e protezione sociale, in Italia, non può funzionare. Una nota di speranza viene dalle aspettative: più di metà dei ragazzi intervistati (56%), infatti, si dichiara fiducioso per il proprio futuro lavorativo.

sabato 23 febbraio 2008

La crisi di governo ha fermato il cammino del progetto di legge sulle modifiche all'art. 2112

sabato 23 febbraio 2008

La caduta del Governo avvenuta alla fine di gennaio, tra le altre cose, ha prodotto il fermo dei lavori parlamentari, quindi anche della discussione del progetto di legge 2261 di cui abbiamo riportato il testo nelle scorse settimane.
Quanto tempo dovrà ancora trascorrere prima di vedere modificata la normativa riguardante il trasferimento di ramo d'azienda rimane pertanto un'incognita legata al quadro politico che verrà a comporsi dopo le prossime elezioni politiche del 13 aprile 2008.