lunedì 26 novembre 2007

Vodafone e Wind. Parola d’ordine: “Esternalizzare”

Lunedì 26 novembre 2007
di Giovanni Mazzamati per "alternativamente.info"



Milano – Via Bensi e via Lorenteggio distano pochi metri l’una dall’altra e lì vi sono le sedi rispettivamente di Vodafone e Wind. Le multinazionali della telefonia sembrano sfidarsi oltre che a colpi di spot televisivi anche fisicamente, seppur su di esse e su Tim penda l’accusa dall’Autorità Antitrust di tracciare tacitamente una politica concordata del prezzo di mercato.

Il caso ha voluto che queste due società, l’una di proprietà britannica e l’altra dell’egiziano Sawiris, derivino dallo stesso gruppo, la Olivetti, che ha ceduto il suo comparto di telefonia mobile (Omnitel) a Vodafone e quello di telefonia fissa (Infostrada) a Wind.

Ad accomunare questi due colossi della telefonia, però, negli ultimi mesi ci hanno pensato le strategie di riorganizzazione interna, o se si preferisce, le conseguenti lotte dei lavoratori.

A cominciare è stata Wind che a marzo 2007 ha esternalizzato 275 dipendenti; ricorrendo allo schema della cessione del ramo d’azienda è stato ceduto alla Ominia Network l’intero call center di Sesto San Giovanni, in cui l’80% dei lavoratori aveva una contratto a tempo indeterminato. I lavoratori hanno messo in atto da subito numerose forme di protesta, temendo che dietro queste esternalizzazioni si celassero dei licenziamenti. È vero, infatti, che Wind nel momento della cessione del ramo d’azienda ad Omnia ha commissionato a quest’ultima il servizio per due anni, ma è altrettanto vero che al termine di questo periodo la società di Sawiris potrebbe decidere di non rinnovare la commessa. Se ciò avvenisse verrebbe messa a rischio l’esistenza del call center di Sesto San Giovanni e di conseguenza i 275 posti di lavoro.

Le richieste dei lavoratori, lasciate cadere dalla dirigenza, spingevano affinché fosse aperta una trattativa per la salvaguardia occupazionale, discutere dell’opportunità della cessione del ramo d’azienda a fronte dei risultati economici positivi di Wind e di una eventuale ricollocazione dei dipendenti all’interno dell’impresa. Incamerato un secco no, la strada che alcuni lavoratori stanno battendo è quella del ricorso alle vie legali, confortati dall’esito positivo di alcune cause intentate da dipendenti esternalizzati nei confronti di Telecom.

Al caso Wind ha fatto seguito la cessione del ramo d’azienda relativo alla gestione del credito e all’assistenza clienti da Vodafone alla società Comdata Care, che ha interessato circa 914 lavoratori. Anche in questo caso le mobilitazioni non si sono fatte attendere. I due scioperi che hanno interessato le sedi Vodafone sparse su tutto il territorio nazionale e che si sono tenuti il 5 ed il 19 ottobre hanno registrato un’adesione altissima. Tale testimonianza di determinazione deve aver fatto riflettere i vertici dell’azienda, che il 24 ottobre, alla presenza del sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico Alfonso Gianni, pur non rinunciando al progetto di cessione del ramo d’azienda, hanno firmato un accordo con le organizzazioni sindacali accettando tutte le richieste da loro avanzate.

Francesco Sole sindacalista Slc-CGIL ed RSU è stato protagonista di quelle lotte. “Pur rimanendo la contrarietà a procedimenti di esternalizzazione di questo tipo, l’accordo firmato è un buon compromesso e a dimostrarlo ci sono le indiscrezioni che arrivano dal settore telecomunicazioni di Confiindustria, in cui si parla di pericoloso precedente e di accordo difficile da ripetere in altre aziende”. Oltre al mantenimento delle garanzie, dell’inquadramento professionale e dei diritti sindacali l’accordo prevede numerose tutele per i lavoratori esternalizzati. “Si prevede che la commessa di Vodafone nei confronti di Comdata Care sia di 7 anni, un periodo temporale lunghissimo rispetto a quello che siamo abituati a vedere in situazioni come questa; durante il periodo della commessa i dipendenti non potranno essere trasferiti in comuni differenti rispetto a quelli in cui svolgevano la propria attività lavorativa in Vodafone; c’è l’impegno di garantire la piena occupazione, scongiurando eventuali esuberi; è stato sancito il principio per cui se Vodafone rescinde il contratto ed affida il servizio a terzi, i lavoratori seguono la commessa e debbono essere assunti dalla nuova azienda, mantenendo quindi le garanzie sancite nell’accordo; ma il punto più importante riguarda l’impegno di Vodafone di garantire l’occupazione dei lavoratori esternalizzati nel caso di fallimento di Comdata o reintegrandoli, oppure facendoli assumere da un soggetto terzo”.

In merito all’accordo si è svolta una consultazione tra lavoratori che lo hanno approvato. I numeri, però, svelano una spaccatura tra i dipendenti: infatti il 57% si è espresso a favore, mentre il 43% avrebbe preferito non firmare l’accordo e proseguire la protesta. Ciò che viene contestato non è tanto il merito dell’accordo, bensì il fatto che firmandolo si sarebbe dato un segnale di apertura rispetto ad operazioni di esternalizzazione, che invece andrebbero combattute perché rappresentano un’arma pericolosissima in mano alle aziende.

“La contrarietà rispetto alle operazioni di cessione di rami d’azienda è presente anche in coloro che hanno approvato l’accordo”, prosegue Sole, “ma nello specifico, non riuscendo a dissuadere l’azienda, abbiamo cercato di tutelare il più possibile i lavoratori”.

Al di là delle posizioni in merito all’accordo Vodafone, resta di tutta evidenza come nell’interesse dei lavoratori sia necessario mettere mano alla normativa che sancisce la cessione del ramo d’azienda: numerose sono le proposte di legge depositate in Parlamento, la più importante delle quali è stata sottoscritta dalle organizzazioni sindacali confederali.

La certezza occupazionale dei lavoratori delle telecomunicazioni di Milano non viene messa a repentaglio solo da cessioni di ramo d’azienda. Se da novembre ci sono 914 lavoratori in più in Comdata Care e se i 275 del call center di Sesto San Giovanni sono da 7 mesi dipendenti di Omnia Network, per i lavoratori Wind di via Lorenteggio i problemi sono cominciati da poco. In base al solito piano di ristrutturazione non meglio precisato, la società di Sawiris ha deciso di trasferire 500 lavoratori da Milano a Roma, senza specificare in che termini e in che tempi deve avvenire questo spostamento. “Chiedere a tutti questi lavoratori di traslocare a Roma, a fronte di un trend positivo di ricavi ed utili per la società, come testimonia l’ultima trimestrale, non è comprensibile”, afferma Maurizio Dotti, RSU Slc-CGIL. “Temiamo che dietro questa scelta vi sia la volontà di ridurre il personale e questo è decisamente inaccettabile”. In ballo c’è il futuro di 500 famiglie e non per tutti è così facile cambiare città.

“A differenza di una fonderia dell’800, una azienda di telecomunicazioni non può giustificare una scelta del genere con un non meglio precisato miglioramento dell’efficienza, perché esistono forme di telelavoro e videocomunicazione che scongiurerebbero questo problema”, continua Dotti.

I lavoratori stanno preparando uno sciopero nazionale previsto per il 30 novembre. “Dopo le risposte molto positive in termini di partecipazione ai presidi di protesta, l’ultimo dei quali organizzato in Piazza Cordusio a Milano di fronte ad un rivenditore Wind, la data del 30 diventa fondamentale per il nostro percorso di lotta e stiamo lavorando per la massima adesione allo sciopero”.

I lavoratori hanno anche interpellato le istituzioni, richiedendo l’intervento sia di Marini che di Bertinotti, oltre a chiedere un incontro all’Amministrazione comunale, a quella provinciale ed a quella regionale. “Il consiglio Provinciale di Milano ha approvato un ordine del giorno in cui, oltre ad esprimere solidarietà alla nostra lotta, si mette in risalto come uno spostamento così ingente di forza lavoro indebolirebbe l’area metropolitana milanese privandola di una importante realtà produttiva”.

Ma questa lotta non si esaurisce solo nella richiesta del blocco dei trasferimenti. “Siamo preoccupati per il futuro dell’azienda”, dice Dotti, ”perché invece di discutere un piano aziendale serio che abbia la capacità di programmare il lungo periodo, si va avanti a budget annuali”. A tal proposito sembra ci sia la volontà da parte di Wind di vendere alcune torri di trasferimento. “L’esperienza di Telecom insegna: senza torri non è possibile trasmettere, quindi se si vendono, con un’operazione tesa a fare cassa nell’immediato, bisogna poi affittarle e nel giro di poco tempo si spende più di ciò che si è incassato”. A fronte di queste notizie che rivelano un atteggiamento ambiguo di Sawiris, lo sciopero acquista un significato ancora più importante. Sicuramente per i lavoratori Wind di via Lorenteggio si annunciano giorni duri, come quelli che hanno vissuto i dirimpettai di Vodafone in via Bensi.

Ogni volta che sugli schermi televisivi viene trasmesso uno spot che annuncia tariffe più convenienti dovremmo chiederci se siano frutto della libera concorrenza o di una eventuale riduzione occupazionale. Dovremmo farlo tutti, di certo lo fanno i lavoratori delle telecomunicazioni di Milano.