mercoledì 28 novembre 2007

Una legge contro i licenziamenti camuffati

Mercoledì 28 novembre 2007
di Nino Busacca per "ilmanifesto.it"



Dopo le esternalizzazioni Telecom, i sindacati chiedono una modifica della legge sulla «cessione di ramo»

Dopo le esternalizzazioni Telecom degli ultimi anni, e quelle più recenti - Wind e Vodafone - il sindacato chiede riforme nel campo delle cessioni di ramo d'impresa. E lo fa chiedendo di abrogare una parte della legge 30, divenuta oggi «inviolabile» (purtroppo anche a sinistra) dopo le tante promesse dell'Unione sotto elezioni. Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno chiesto ieri, nel corso dell'Assemblea nazionale esternalizzati Telecom, l'abrogazione dell'articolo 32 del decreto 276/2003: si ripristinerebbe così il principio dell'«autonomia funzionale preesistente» del ramo, impedendo che venga creato ad hoc solo qualche mese prima per giustificare l'operazione. Il sindacato chiede poi altri due interventi. «Deve essere riconosciuto - spiega Alessandro Genovesi, Slc Cgil - il principio della responsabilità solidale, vincolando il cedente e il cessionario a garantire la totale stabilità occupazionale all'interno del ramo ceduto, per almeno l'intera durata dei contratti di servizio e comunque per un periodo di tempo minimo di 48-72 mesi dalla cessione». In pratica, se l'azienda cessionaria dovesse fallire o licenziare, per il periodo previsto la cedente sarebbe obbligata a riassumere o ricollocare i lavoratori. «Chiediamo poi - continua - di allungare il periodo del confronto sindacale prima della cessione, cosa che permetterebbe una più attenta analisi delle ricadute, soprattutto per quelle imprese che operano su servizi di interesse generale».
I cattivi esempi si sono visti soprattutto con le esternalizzazioni Telecom: migliaia di lavoratori fuoriusciti nell'ultimo decennio, ceduti a società create alla bisogna che hanno chiuso i battenti in uno o due anni. Dei veri e propri «licenziamenti camuffati», come peraltro hanno riconosciuto diverse sentenze di reintegro presso la stessa Telecom. Diversi i casi Wind e Vodafone, seppure non esenti da rischi: i 275 operatori Wind di Sesto San Giovanni sono stati ceduti alla Omnia Network, con la garanzia di una commessa che dura 5 anni, ma senza alcuna clausola di salvaguardia a tutela del posto di lavoro. Tanto che la gran parte di loro ha scelto di andare in causa. Più garantita la cessione Vodafone: 7 anni di commessa alla Comdata, tutti i trattamenti e benefit conservati, con la cedente pronta a ricollocare i 914 lavoratori in caso di crisi. Ma, oltre i 7 anni, Comdata riuscirà a tenere lavoratori divenuti troppo costosi?
Sacrosante dunque le richieste sindacali, soprattutto perché si viola un tabù politico (nominare la legge 30 ormai è divenuto "sacrilego", persino presso la Cgil, che fino alla primavera 2006 ne chiedeva la cancellazione). Manca però un punto: rendere i lavoratori direttamente partecipi. A questo proposito, su questo giornale Alberto Burgio ha segnalato una proposta di legge depositata alla Camera in febbraio, che riconosce ai lavoratori il diritto di esprimersi sulla cessione, ed eventualmente a impedirla. Non limitandosi al semplice referendum sull'accordo sindacale, come avviene oggi. La Corte di Giustizia europea, ricordava il parlamentare del Prc, ha sancito la legittimità di normative che prevedano il diritto del lavoratore di «opporsi al trasferimento del suo rapporto di lavoro». Una titolarità del proprio rapporto di lavoro che va al di là persino degli accordi sindacali, e che deve poter influire sulle scelte delle aziende e le cosiddette «esigenze di mercato».