lunedì 24 dicembre 2007
intervista tratta dal libro di Raffaele Marmo Anni flessibili - Il tempo del lavoro nuovo, in uscita a gennaio, pubblicata su "quotidiano.net"

Ecco il nuovo welfare Il ministro: "Per i precari pensioni migliori e nuove protezioni sociali. E' comunque lontano l'obiettivo di 70% di occupati come vorrebbe il patto di Lisbona" Dal Pacchetto Treu al Protocollo sul Welfare, passando per la legge Biagi. Dieci anni di cammino sulla via della flessibilità. Ma anche dieci anni di polemiche e scontri, purtroppo non solo verbali. Perché anche solo parlare di lavoro non standard è così drammatico e pericoloso?
«Troppo spesso, quando si parla di flessibilità del lavoro, il dibattito assume carattere e toni ideologici, rischiando di far perdere di vista la concretezza dei problemi derivanti da un sistema economico sempre più complesso e instabile. Evocare scenari inquietanti e indicare nei contratti a termine e nell’occupazione non standard l’origine di tutti i mali è una semplificazione inutile e inaccettabile. Così come sarebbe sbagliato pensare di abbattere la disoccupazione con una deregolamentazione selvaggia a scapito delle necessarie tutele. La flessibilità, dunque, non è né un demone né una panacea: può però rappresentare un’opportunità tanto per le imprese quanto per chi si affaccia sul mercato del lavoro, a patto che si distingua in maniera netta tra buona flessibilità e precarietà».
Qual è, nel complesso, l’approccio che caratterizza il Protocollo sul Welfare?
«Il nucleo centrale della riforma è dato da una concezione di Welfare promozionale, non assistenziale, che lega strettamente le politiche attive del lavoro, la formazione lungo l’arco della vita e una rete universale di diritti di sicurezza sociale. In essa vengono affrontate congiuntamente le tre questioni della modernizzazione del sistema di protezione sociale (con il riassetto degli ammortizzatori sociali), della disciplina del mercato del lavoro e del riordino del sistema previdenziale».
Proviamo a scendere nel dettaglio. Partiamo dalle misure che ridisegnano alcune caratteristiche del mercato del lavoro.
«Per grandi linee, si può dire che la strategia di riforma poggia sul potenziamento dei servizi pubblici per l’impiego, che sono uno snodo fondamentale anche per la gestione degli ammortizzatori sociali in senso proattivo; e sulla revisione e riorganizzazione dell’intero sistema degli incentivi, in gran parte pensato in tempi lontani e rapportato a un mercato del lavoro profondamente diverso dall’attuale, con l’individuazione di alcune specifiche priorità (l’occupazione delle donne, anche in relazione alle esigenze di conciliazione tra lavoro e vita familiare; dei giovani; dei lavoratori ultra-cinquantenni). A tutto questo, naturalmente, si aggiungono misure specifiche e dirette in chiave anti-precarietà».
Quali, in particolare?
«Il Protocollo ribadisce innanzitutto la volontà di continuare sulla strada avviata del rafforzamento della centralità all’occupazione a tempo indeterminato. In questa direzione vanno: la fissazione per i contratti a termine di un tetto di durata di trentasei mesi, oltre il quale il rapporto si trasforma a tempo indeterminato, salvo la possibilità di un solo rinnovo da stipulare con l’assistenza del sindacato e con procedure di controllo molto rigorose; l’eliminazione delle forme contrattuali chiaramente precarizzanti, con il ridimensionamento dei margini di ricorso al job on call; o la limitazione del lavoro occasionale di tipo accessorio solo alle piccole attività a favore delle famiglie; la cancellazione dello staff leasing; ma anche alcune modifiche della disciplina del part-time. Nello stesso verso vanno anche l’ulteriore innalzamento dei contributi previdenziali sulle collaborazioni a progetto, un disincentivo chiaro e concreto al ricorso scorretto a questo strumento; e la prosecuzione delle azioni rivolte a contrastare l’elusione della normativa di tutela del lavoro subordinato».
La grande incompiuta delle riforme precedenti, come riconosciuto da tutti, è rappresentata dalla mancata revisione degli ammortizzatori sociali nella chiave della flexicurity: come interviene il Protocollo a colmare questa grave lacuna?
«La riforma ipotizzata nel Protocollo, come è espressamente indicato, punta al rafforzamento degli ammortizzatori sociali e alla estensione delle tutele per coloro che ne sono privi, senza che l’appartenenza settoriale, la dimensione di impresa e la tipologia dei contratti di lavoro possano continuare a essere elementi di esclusione. Il progetto messo a punto nelle sue linee-guida nel Protocollo attribuisce un ruolo essenziale alla concertazione con le parti sociali e agli enti bilaterali (i quali potranno provvedere a coperture supplementari), ma richiede anche un generale miglioramento delle politiche attive del lavoro, nella logica del welfare to work. È evidente, d’altra parte, che il disegno riformatore tratteggiato non potrà che avere un’attuazione graduale in funzione delle risorse finanziarie disponibili. Il che non esclude il varo di alcuni interventi immediati che prefigurano una prima fase del riassetto degli ammortizzatori».
In che cosa consiste questo primo tempo della riforma degli ammortizzatori sociali?
«La prima fase del progetto di riforma degli ammortizzatori (finanziata con circa 700 milioni di euro su base annua) contempla interventi migliorativi delle indennità di disoccupazione che riguardano tutti i lavoratori e, in particolare, i giovani».
La flessibilità può avere conseguenze negative anche sul futuro previdenziale dei lavoratori e, in particolare, dei giovani. Come fronteggiare questo tipo di rischio?
«Uno dei capitoli chiave del Protocollo va nella direzione della predisposizione di misure utili a garantire pensioni più dignitose per i lavoratori parasubordinati e per quelli dipendenti ma con carriere discontinue. Rientrano in questo ambito l’accennata copertura figurativa piena, prevista nella riforma degli ammortizzatori, commisurata alla retribuzione percepita, che consentirà ai lavoratori con contratti a termine di colmare i vuoti contributivi e di aumentare le prestazioni pensionistiche future; e la previsione di una più ampia riforma della totalizzazione che riassorba e superi la ricongiunzione e permetta, anche attraverso misure immediate, di utilizzare i contributi versati a più casse o fondi per costruire un’unica pensione. Ma appartengono a questo capitolo anche, e soprattutto, l’aumento graduale dal 23 al 26% dell’aliquota per i parasubordinati, finalizzato a rafforzare la posizione pensionistica dei giovani collaboratori a progetto. Come pure le nuove regole per favorire il riscatto della laurea con l’obiettivo sia di renderlo conveniente sotto il profilo previdenziale sia di ridurne l’onere».
Il Protocollo, insomma, come ponte a più corsie verso una buona occupazione. Ma la distanza con gli obiettivi di Lisbona rimane ancora elevata.
«Molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare. I nodi irrisolti dell’economia italiana condizionano fortemente l’andamento del mercato del lavoro. L’obiettivo di un tasso di occupazione del 70% entro il 2010, fissato nel Consiglio europeo di Lisbona del 2000, per l’Italia è ancora lontano. Per il nostro paese, il raggiungimento dell’obiettivo di Lisbona sia in termini complessivi sia in riferimento alle donne e agli ultracinquantenni, dipende sostanzialmente dalla capacità che avremo di aumentare il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Anche se vi è stato un considerevole incremento della partecipazione delle donne sul mercato del lavoro nell’ultimo decennio, a testimonianza di un’aumentata offerta di lavoro femminile, occorre moltiplicare gli sforzi e potenziare gli strumenti».
Ma, a ben vedere, l’Europa, attraverso il Libro verde, ci chiede più flessibilità per una maggiore occupazione. «Stiamo partecipando attivamente alla consultazione lanciata dalla Commissione europea con il Libro verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro, nel più ampio quadro del dibattito sulla «flessicurezza» nei rapporti di lavoro. La risposta del governo italiano indica che non possiamo condividere la tesi che vorrebbe configurare uno scambio tra tutela sul posto di lavoro e tutela sul mercato, quando entrambe sono invece necessarie per dare stabilità al lavoro e creare buona occupazione. (…) Occorre invece ribadire che il contratto a tempo indeterminato è la forma normale di rapporto di lavoro, e su di essa dovrebbero essere valutati i possibili interventi a favore di una maggiore flessibilità».